forse

Non mi è facile reagire al quesito (Perché riempire i teatri?) che io stesso, insieme a Maria Laura, ho scritto come battuta finale del libro Nulla impresa per huom si tenta invano. Non mi è facile in senso assoluto trovare risposte, perché sono più propenso a mobilitare domande. Poi, nel caso di questa in particolare avverto, a valle di una giornata di studi così densa di idee, il peso di essere come tutti un replicante: è nella ritualità quotidiana, attraverso lo sguardo dei cicli della vita di ogni tempo, di tempo in tempo, e in quel battito di ciglia dato a ciascuno in sorte, che i nostri gesti tendono ad assomigliarsi inesorabilmente dicendo più o meno sempre le stesse cose. In ogni spazio. È proprio così, è proprio così in questa BRAU che fu Complesso di Sant’Antoniello a Port’Alba, fondato da suor Paola Cappellani nel 1564, e poi venne il Picchiatti, e poi vennero terremoti e ricostruzioni e ancora terremoti e si ricomposero queste stanze affrescate e abitate da vite e ombre invisibili, e famiglie (le Francescane [da 1550 al 1808]; e poi le Servite [1820-1925]; e le Figlie di Maria Ausiliatrice [1925-1976]; e ancora le Piccole Ancelle di Cristo Re [1976-1992]). E l’altro ieri set dell’ottava serie della fiction “La Squadra”.

È così anche oggi, qua e ora, proprio come avviene sui palcoscenici del teatro musicale dove per dirsi ti prego, ti amo, ti odio, ti invidio, sono geloso, mi hai tradito, l’amore di mamma e papà, invoco il tuo perdono o la protezione filiale e chi più ne ha ne metta, ci possono volere ore e ore di voci calde, stridenti o vibranti, dure, dolci, insomma liriche ed epiche con lunghissimi movimenti scenici; suoni tesi, chiari o brumosi, in uno scambio che è poi pulsione di corpi e tra corpi.

E di fronte a questa ripetizione, e a questa drammatizzazione di cui siamo tutti attori asfissiati e asfissianti, forse fantasmi, mi sovviene che forse l’unica carta di smarco da calare è la tridimensionalità dell’altro, nella sua complessità; da riconoscere, intrinsecamente [im]possibile perché forse l’unico senso del nostro agire è combattere (e fallire) l’impossibilità di conoscere la morte. La cui profondità si staglia forse solo negli affetti e nell’affettività declinata in apertura da Luigi attraverso il lemma “amicizia”, poi ripresa nell’immagine del piccolo Enrico al coro dei bimbi e così Davide, Fabrizia, Francesca, Guglielmo, Luca, Lucia, Maria Laura, Michela, Mimmo, Paola e i fantastici Allievi ordinari e di dottorato, e il nostro benvenuto compagno di viaggio Antonio o nelle citazioni più o meno dotte, dono e privilegio, in questa mattina, per il piacere di stare-insieme. Affetti e affettività, anime nude, erotismi che poi guidano proprio tutto, tutto, tutto; e lutti e lutto (infrangendo stole, divise, cravatte, il velo, il saio, tute e costumi o maschere di scena) e, forse, danno senso anche alla presentazione del Sé (e della tenerezza, etimologicamente) e alla rappresentazione dentro e fuori le mura di questo o quel teatro. Di questo o quel convento. Qua, su quella ribalta e su questa, si staglia, per definizione, quel tertium datur est (in effetti, già) entro cui si consumano le tragedie più universali del mondo. Ma anche le più banali.È forse questa una possibile pista e rispondere (lo so, non si fa, tant’è): “Perché riempire i teatri?”

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Professore ordinario di Organizzazione aziendale
Università degli Studi di Napoli Federico II

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